Davvero fantastici quei pomeriggi primaverili/estivi, trascorsi in vignetta con il mio caro amico d'infanzia. A quell'età bastava davvero poco per essere sinceramente soddisfatti della propria giornata, senza frustrazioni, senza rimpianti né pentimenti che stanno lì a fare il solletico alle nostre cellule cerebrali. Parlo di solletico nei momenti in cui il mio ottimismo è all'apice, visto che la maggior parte delle volte, sarebbe meglio parlare di punzecchiamenti con conseguente fuoriuscita di sangue, pizzicotti da urlo e masturbazioni senza venuta finale, insomma, vere e proprie torture! Chiusa questa breve parentesi di sofferenza, continuo a rovistare nella memoria per ricordarmi cosa ci teneva intrappolati in quella vignetta (che poi sarebbe un orto molto vasto), dalla quale uscivamo sempre trafelati, sudati, sporchi di terriccio, ma felici e freschi come delle tartarughe in una coltivazione di lattuga. Ah ecco, ora incomincio a sentire dei files che stanno riemergendo dall'abisso dei ricordi. Appena varcata la soglia della vignetta, venivamo investiti da mille curiosità che dovevamo subito soddisfare, erano sempre le solite, ma ogni volta provocavano in noi lo stesso entusiasmo. Come prima cosa, andavamo a vedere come stavano i conigli, li accarezzavamo, controllavamo se ci fosse qualche new entry e ci inebriavamo di quell'intenso odore di stalla misto a mangime per animali. La seconda tappa consisteva nell'ammirare con stupore il banano sui cui non cresceva mai un fico secco (“Grazie al cavolo” penserete voi!); mi affascinava tantissimo, con quelle sue enormi foglie verdi aerodinamiche ma belle pienotte, quel suo aspetto esotico mi riempiva sempre di speranza e di entusiasmo. Una volta abbandonato il banano al suo destino, andavamo nel pollaio a trovare le galline e i pulcini, a guardare con aria di sfida il gallo che assumeva puntualmente un atteggiamento spocchioso, a compatire e a deridere la frazione dell'aia rappresentata dai castrati. Una volta esauriti i convenevoli arrivava il pezzo forte, si dava il via alla caccia al tesoro, che consisteva nel controllare (con uno spirito competitivo quasi morboso) se le galline avessero deposto qualche uovo da portare alle nostre mamme o nonne. Dopo aver augurato buonaserata agli abitanti del pollaio, ci dirigevamo verso l'amareno, il beneamato amareno, pianta sfigatissima, isolata dagli altri alberi da frutto. Il poveretto, goffo e privo di eleganza, era appesantito dalla quantità spropositata di frutti che produceva, insomma, un albero maggiorato, proletario, senza arte né parte. Una volta consolato l'amareno riempiendo due interi cesti coi suoi frutti, ci dirigevamo verso il re della vignetta, il supponente ma elegantissimo ciliegio. Esso era l'unico ad avere un posto al sole sia la sera che la mattina, era fatto per arrampicarvisi e per stare comodamente seduti sui suoi rami morbidi, ma allo stesso tempo robusti; da vero gentiluomo, offriva sempre frutti ai suoi ospiti, ma in porzioni contenute, perchè credeva fermamente che qualsiasi forma di esagerazione fosse sinonimo di volgarità. Quando veniva l'ora del crepuscolo, offriva ai suoi ospiti tramonti molto suggestivi, dei quali si poteva godere esclusivamente dall'alto dei suoi rami. E' così che si concludeva un nostro tipico pomeriggio alla vignetta, senza nostalgia, con la certezza di ritornarci presto. Fu così anche l'ultima volta che ci misi piede. Non ci siamo mai dette addio. Non ne abbiamo mai avuto bisogno.
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