Jules

Jules

giovedì 19 dicembre 2013

Divisi da una scrivania in fiamme



Lui sapeva tutto di me. Io, di lui, non sapevo proprio nulla, a parte quei dettagli facilmente intuibili grazie ai sensi della vista e dell’udito. Gli occhi mi suggerivano che avesse dai trentacinque ai quarant’anni. Le orecchie, che avesse inequivocabili origini partenopee. L’unica informazione personale di cui venni a conoscenza fu il suo cognome, Bellini, comunicatomi al telefono, dalla responsabile dei terapeuti del centro psicosociale della cittadina. Tutto il resto si vaporizzava in un evanescente punto di domanda che aleggiava attorno a me.  La curiosità di sapere dei dettagli in più era forte, così come la convinzione che una volta appresi, avrei rischiato di legarmi a lui in maniera morbosa, e la consapevolezza che non fosse concretamente possibile. Il codice deontologico del resto non è qualcosa di facilmente permeabile e plasmabile. Ha lo scopo di isolare l’affettività del paziente da quella del terapeuta, lasciandole però esprimersi ed  insinuarsi nelle menti di entrambi come fossero una malattia asintomatica, indolore ma comunque contagiosa. E’ come fare sesso con il preservativo, il piacere lo si prova lo stesso, ma c’è quel sottile strato di lattice che blocca sul nascere l’insorgere delle conseguenze negative dell’atto. Il livello di intimità viene abbassato, ma anche quello dei drammi che si andrebbero a creare. Un condom per rapporti platonici insomma…che bell’idea! Protegge i due individui da un maggiore coinvolgimento, impedendo alla sfera emotiva dei due di farsi ingravidare e in questo caso non ci sono test del livello di fertilità che tengano. La gestazione, tralaltro, non è detto che duri nove mesi, infatti può durare anche anni, oppure solo qualche settimana. Non è neanche scontato che si concluda con un parto, purtroppo l’aborto spontaneo dei sentimenti è un fenomeno molto frequente. Come quello dei feti, è capace di lasciare brutte cicatrici e tanto amaro in bocca, quindi in fin dei conti che dire…meno male che esiste questo benedetto codice! Vediamolo sto lato positivo nel rapporto paziente/piscologo, è uno dei rari casi in cui una relazione umana non viene governata dalla totale anarchia dell’instabilità umorale, quindi approfittiamo di quest’endovena di razionalità e di tecnicismo. Per la prima volta nella vita, si ha la chance di trattare un altro individuo come un bidone della spazzatura, senza nemmeno dover provare sensi di colpa, lui (o lei) ha studiato e viene pagato per fagocitarli, triturarli e vomitarli trasformati in qualcosa di costruttivo per il nostro bene! Che cosa fantastica! Non si correrà il rischio di litigare fino alle lacrime, chiedere scusa a testa bassa, accumulare rabbia e rancore, sorbirsi il muso e il silenzio dell’altro, essere abbandonati senza spiegazioni e viceversa, o assistere ad uno snervante allontanamento progressivo dell’altro. La natura unilaterale di questo tipo di rapporto è ciò che impedisce tutto questo.  Ed è anche ciò che ha impedito a me e al Dottor Bellini, di ribaltare quella scrivania in fiamme, che stava in mezzo a noi, per saltarci addosso in preda ad uno slancio intellettualerotico. Ricordo ancora con chiarezza la prima volta che udii il suo nome. Fu il giorno in cui mi avvisarono che uno psicologo del CPS, aveva la possibilità di ricevermi una volta a settimana. Quando ricevetti quella chiamata era la mattina di un giorno feriale. Avevo appena preso le mie venti gocce di Daparox, la mia dose quotidiana di speranza sintetica, ne sentivo ancora il disgustoso sapore amarognolo. Un antidepressivo che ti lascia l’amaro in bocca…non è paradossale? Mi trovavo in camera mia, intenta a pettinare le bambole, quando d’un tratto il cellulare squillò: “Salve signorina, volevo comunicarle che potrà iniziare un percoso di psicoterapia con il Dottor Bellini. La prima seduta si terrà il prossimo giovedì alle 14:30.” Quelle parole provocarono in me un turbine di pensieri, dubbi e paure. Avevo già spiegato la mia situazione alla psicologa responsabile del centro, e dentro di me speravo fosse lei a seguirmi in tutto il cammino, ma a quanto pare non era possibile. Gli ostacoli sono sempre dietro l’angolo, anche quando sarebbe l’ultima cosa di cui avresti bisogno, essendo tu stesso un ostacolo vivente. Cambiare terapista avrebbe significato dover ancora una volta ficcare il dito nella piaga, rimettere tutte le carte in tavola, mostrandosi nuovamente in tutta la propria vulnerabilità. Ammettere di fronte ad un altro di avere dei problemi, in particolare quando non l’hai ancora accettato, è imbarazzante. Un po’ come farsi sorprendere con le dita nel naso, o col culo all’aria, mentre stai cercando di far pipì in un bagno pubblico senza appoggiarti. “Dottore, sto male, ma non si tratta di mal di pancia o tosse. Purtroppo la questione è un tantino più spinosa, non riesco a prendere in mano la mia vita.” E a quel punto, quando lui ti osserva con quel tipico sguardo indagatore, di chi sta cercando di capire che sta succedendo, tu hai la sensazione di esser stato beccato mentre ti infilavi l’indice in bocca, per liberarti di quel pezzo di cracker ficcato fra un dente e l’altro, e ormai ridotto in poltiglia. Sì, è proprio come sentirsi perennemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ben presto però, mi resi conto che era esattamente il contrario. Io avevo bisogno di aiuto, e stavo chiedendo aiuto. Niente di più logico, niente di meno sbagliato. Ne valeva la pena di conoscere una persona nuova, se poi avesse potuto seguirmi con costanza, mostrandomi una luce in fondo al tunnel. All’inizio quel lontano bagliore, sarebbe sembrato l’intruso in uno sconfinato panorama di corpi oscuri. Un po’ come quei giochini da settimana enigmistica per bambini. Un leone in mezzo ad una decina di volatili diversi. A lungo andare però, sarebbe diventato l’unico elemento meritevole di attenzione, l’unico degno di essere alimentato. Mi viene in mente la sensazione di pienezza alla fine di una ricca cena. Non riusciresti mai a fare il bis della seconda portata, ma lo spazio per un bicchierino di mirto sardo non manca. Era esattamente come mi sentivo in quel periodo. Non ne potevo più di qualsiasi cosa, vivevo le mie giornate al rallentatore, ma sentivo che il Dottor Bellini poteva fungere da digestivo. Di certo consisteva in un’ulteriore aggiunta, ma ero convinta che col tempo, sarebbe stato l’unico elemento che mi avrebbe permesso di eliminare tutto l’eccesso. Quando il giovedì della fatidica prima seduta arrivò, devo ammettere che ero un fascio di nervi. Avevo un’ansia pazzesca. Altro che antidepressivo quella mattina…l’unica cosa in grado di calmarmi poteva essere una siringata di morfina. Ma il CPS non è certo famoso per il suo reparto di oncologia, quindi dovetti rinunciare all’idea. Uno degli aspetti che mi preoccupava di più, era il fatto che il Dottor Bellini fosse un individuo di sesso maschile. L’idea di mostrare tutte le mie debolezze ad un uomo, mi metteva profondamente a disagio. In passato, non era mai riuscita ad intrattenere rapporti piacevoli con gli uomini in cui mi ero imbattuta, ad eccezione del ragazzo con cui costruii una relazione durata tre anni, la prima e unica, per adesso. Con tutti gli altri è sempre stato un completo disastro. Come scordarsi di Dennis, l’insegnante bauscia di scuola guida. La mia timidezza mi portava a trattarlo con indifferenza, e lui, per reazione, mi trattava a merda, abituato com’era alle ragazzine in preda ad attacchi bulimici di leccaggio. Si facevano continue abbuffate di smorfie seducenti, e sovoir faire da PR borgatara, intenta a pubblicizzare le serate del Cocoricò di Riccione. Per non parlare di quanto mi stavano sulle palle i miei compagni di classe delle superiori. Erano quattro gatti, uno peggio dell’altro. Mi avevano spinta ad avere fantasie sessuali solo sui personaggi della saga di Harry Potter. E questi sono solo due degli innumerevoli esempi che potrei fare. Così, con uno zaino invisibile carico di questo pesante background sulle spalle, mi recai al CPS, e aspettai nell’atrio, seduta su una sedia. Me la stavo facendo sotto, quasi non riuscivo a stare seduta su quel duro pezzo di plastica, ma nel momento stesso in cui pensai di alzarmi, udii una voce sussurrare col tono più pacato che abbia mai sentito:  “Roncato? Prego…”. Il suo aspetto non era affatto come me l’ero immaginato. Per via di qualche pregiudizio ancestrale che si era radicato in me, pensavo fosse la versione quarantenne del mio medico di famiglia: alto, magro, modi di fare freddini, sguardo distaccato, camicetta e maglioncino color pastello su pantaloni eleganti di colore scuro, ed infine, immancabile cadenza milanese. Inutile dire che il Dottor Bellini, nella realtà dei fatti, si presentava come l’esatto opposto. Alto 175cm al massimo, fisico romboidale tendente al tarchiatello. I suoi capelli un po’ mossi e spettinati che urlavano: “Sono appena sceso dal letto”, e quell’inizio di stempiatura, mi richiamavano alla mente Krusty il clown dei Simpson. Aveva un look decisamente casual: jeans,maglietta e felpa con cappuccio. Di primo acchito supposi fosse un segretario, o addirittura un bidello, intento ad informarmi che era arrivato il mio turno. Quasi certa di questa mia prima impressione, lo seguii lungo il corridoio che conduceva al solito ambulatorio, quello in cui ero stata accolta la prima volta dalla resposabile del centro. Entrammo e mi fece accomodare. E fu in quell’istante, che mi resi conto che il Dottor Bellini era proprio lui. Incominciò ponendomi qualche domanda di routine,e  mi accorsi subito con piacere del suo spiccato (ma non sbracato) accento napoletano. Era così diverso dal modo di parlare a cui ero abituata. L'aroma di scialatielli al limone e cozze era inconfondibile. Forse era proprio quel tocco di sussurrato esotismo, che mi fece provare subito un senso di calma e fiducia. Eravamo seduti uno di fronte all’altra. La mia mente era talmente lucida e produttiva in quel momento, e la sua così intenta ad ascoltarmi, che ho immaginato la scrivania in legno che ci divideva prendere fuoco. Il tono della sua voce ed il suo sguardo, seppur per lavoro, non puzzavano per niente di giudizio, e mi trasmettevano una tale delizia, che quel pomeriggio decisi di firmare un temporaneo armistizio con l’universo maschile.

3 commenti:

  1. la miglior psicoterapia sono i tuoi racconti: la sottigliezza dei pensieri che svisceri così brutalmente sono un toccasana per te e per tutti noi!!!

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    1. Grazie mille, davvero! Posso sapere con chi parlo? Ci conosciamo?

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  2. Mi immedesimo tantissimo in ciò che dici, cara Roncato.
    Ho cambiato così tante volte psicoterapeuta che la cosa che mi preoccupava di più di ogni "primo appuntamento" era la fatidica domanda "perché si trova qui?". Eh...perché si trova qui...bella domanda. E adesso da che parte comincio? Sinceramente non lo so. Devo raccontare di nuovo tutto. Dall'inizio. Non posso dare per scontato che l'interlocutore sappia già tutto. Sarebbe così bello. Entri, lui è già al corrente dei tuoi grovigli e ti dice "ho la soluzione che fa per Lei!". Ma non è così.
    Ho sempre avuto terapeuti donna...e mi è mancata la figura del terapeuta maschio. Tranne una volta, ma non mi trovavo così bene. Più che un terapeuta con una laurea appesa al muro e un esame di stato alle spalle era un Counselor, figura nata da qualche anno nel mondo anglosassone e adottata da noi come i muffins, i pancakes, i cookies, i cupcakes.
    Boh...a volte ho paura di arrivare a un momento in cui mi renderò conto del fatto che tutte le ore passate nei vari studi potevano essere impiegate in modo migliore. Boh.
    Comunque anche io vorrei tanto un dottor Bellini. La lieve cadenza di dominio partenopeo è piacevole alle volte, e il fisico un po' tarchiatello, benché non aderisca ai canoni di bellezza forgiati dal comune sentire, può dare tanta sicurezza.
    Ad ogni modo una cosa è certa: il rischio dell'innamoramento è dietro l'angolo.

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