Lui sapeva tutto di me. Io, di lui, non sapevo proprio
nulla, a parte quei dettagli facilmente intuibili grazie ai sensi della vista e
dell’udito. Gli occhi mi suggerivano che avesse dai trentacinque ai
quarant’anni. Le orecchie, che avesse inequivocabili origini partenopee. L’unica
informazione personale di cui venni a conoscenza fu il suo cognome, Bellini,
comunicatomi al telefono, dalla responsabile dei terapeuti del centro
psicosociale della cittadina. Tutto il resto si vaporizzava in un evanescente
punto di domanda che aleggiava attorno a me.
La curiosità di sapere dei dettagli in più era forte, così come la
convinzione che una volta appresi, avrei rischiato di legarmi a lui in maniera
morbosa, e la consapevolezza che non fosse concretamente possibile. Il codice
deontologico del resto non è qualcosa di facilmente permeabile e plasmabile.
Ha lo scopo di isolare l’affettività del paziente da quella del terapeuta,
lasciandole però esprimersi ed insinuarsi nelle menti di entrambi come fossero
una malattia asintomatica, indolore ma comunque contagiosa. E’ come fare sesso
con il preservativo, il piacere lo si prova lo stesso, ma c’è quel sottile
strato di lattice che blocca sul nascere l’insorgere delle conseguenze negative
dell’atto. Il livello di intimità viene abbassato, ma anche quello dei drammi
che si andrebbero a creare. Un condom per rapporti platonici insomma…che
bell’idea! Protegge i due individui da un maggiore coinvolgimento, impedendo
alla sfera emotiva dei due di farsi ingravidare e in questo caso non ci sono
test del livello di fertilità che tengano. La gestazione, tralaltro, non è
detto che duri nove mesi, infatti può durare anche anni, oppure solo qualche
settimana. Non è neanche scontato che si concluda con un parto, purtroppo
l’aborto spontaneo dei sentimenti è un fenomeno molto frequente. Come quello
dei feti, è capace di lasciare brutte cicatrici e tanto amaro in bocca, quindi
in fin dei conti che dire…meno male che esiste questo benedetto codice!
Vediamolo sto lato positivo nel rapporto paziente/piscologo, è uno dei rari
casi in cui una relazione umana non viene governata dalla totale anarchia
dell’instabilità umorale, quindi approfittiamo di quest’endovena di razionalità
e di tecnicismo. Per la prima volta nella vita, si ha la chance di trattare un
altro individuo come un bidone della spazzatura, senza nemmeno dover provare
sensi di colpa, lui (o lei) ha studiato e viene pagato per fagocitarli,
triturarli e vomitarli trasformati in qualcosa di costruttivo per il nostro
bene! Che cosa fantastica! Non si correrà il rischio di litigare fino alle
lacrime, chiedere scusa a testa bassa, accumulare rabbia e rancore, sorbirsi il
muso e il silenzio dell’altro, essere abbandonati senza spiegazioni e
viceversa, o assistere ad uno snervante allontanamento progressivo dell’altro.
La natura unilaterale di questo tipo di rapporto è ciò che impedisce tutto
questo. Ed è anche ciò che ha impedito a
me e al Dottor Bellini, di ribaltare quella scrivania in fiamme, che stava in
mezzo a noi, per saltarci addosso in preda ad uno slancio intellettualerotico.
Ricordo ancora con chiarezza la prima volta che udii il suo nome. Fu il giorno
in cui mi avvisarono che uno psicologo del CPS, aveva la possibilità di
ricevermi una volta a settimana. Quando ricevetti quella chiamata era la
mattina di un giorno feriale. Avevo appena preso le mie venti gocce di Daparox,
la mia dose quotidiana di speranza sintetica, ne sentivo ancora il disgustoso
sapore amarognolo. Un antidepressivo che ti lascia l’amaro in bocca…non è
paradossale? Mi trovavo in camera mia, intenta a pettinare le bambole, quando d’un
tratto il cellulare squillò: “Salve signorina, volevo comunicarle che potrà
iniziare un percoso di psicoterapia con il Dottor Bellini. La prima seduta si
terrà il prossimo giovedì alle 14:30.” Quelle parole provocarono in me un
turbine di pensieri, dubbi e paure. Avevo già spiegato la mia situazione alla
psicologa responsabile del centro, e dentro di me speravo fosse lei a seguirmi
in tutto il cammino, ma a quanto pare non era possibile. Gli ostacoli sono
sempre dietro l’angolo, anche quando sarebbe l’ultima cosa di cui avresti
bisogno, essendo tu stesso un ostacolo vivente. Cambiare terapista avrebbe
significato dover ancora una volta ficcare il dito nella piaga, rimettere tutte
le carte in tavola, mostrandosi nuovamente in tutta la propria vulnerabilità.
Ammettere di fronte ad un altro di avere dei problemi, in particolare quando
non l’hai ancora accettato, è imbarazzante. Un po’ come farsi sorprendere con
le dita nel naso, o col culo all’aria, mentre stai cercando di far pipì in un
bagno pubblico senza appoggiarti. “Dottore, sto male, ma non si tratta di mal
di pancia o tosse. Purtroppo la questione è un tantino più spinosa, non riesco
a prendere in mano la mia vita.” E a quel punto, quando lui ti osserva con quel
tipico sguardo indagatore, di chi sta cercando di capire che sta succedendo,
tu hai la sensazione di esser stato beccato mentre ti infilavi l’indice in
bocca, per liberarti di quel pezzo di cracker ficcato fra un dente e l’altro, e
ormai ridotto in poltiglia. Sì, è proprio come sentirsi perennemente nel posto
sbagliato al momento sbagliato. Ben presto però, mi resi conto che era
esattamente il contrario. Io avevo bisogno di aiuto, e stavo chiedendo aiuto.
Niente di più logico, niente di meno sbagliato. Ne valeva la pena di conoscere
una persona nuova, se poi avesse potuto seguirmi con costanza, mostrandomi una
luce in fondo al tunnel. All’inizio quel lontano bagliore, sarebbe sembrato l’intruso
in uno sconfinato panorama di corpi oscuri. Un po’ come quei giochini da
settimana enigmistica per bambini. Un leone in mezzo ad una decina di volatili
diversi. A lungo andare però, sarebbe diventato l’unico elemento meritevole di
attenzione, l’unico degno di essere alimentato. Mi viene in mente la sensazione
di pienezza alla fine di una ricca cena. Non riusciresti mai a fare il bis
della seconda portata, ma lo spazio per un bicchierino di mirto sardo non
manca. Era esattamente come mi sentivo in quel periodo. Non ne potevo più di
qualsiasi cosa, vivevo le mie giornate al rallentatore, ma sentivo che il
Dottor Bellini poteva fungere da digestivo. Di certo consisteva in un’ulteriore
aggiunta, ma ero convinta che col tempo, sarebbe stato l’unico elemento che mi
avrebbe permesso di eliminare tutto l’eccesso. Quando il giovedì della fatidica
prima seduta arrivò, devo ammettere che ero un fascio di nervi. Avevo un’ansia
pazzesca. Altro che antidepressivo quella mattina…l’unica cosa in grado di
calmarmi poteva essere una siringata di morfina. Ma il CPS non è certo famoso
per il suo reparto di oncologia, quindi dovetti rinunciare all’idea. Uno degli
aspetti che mi preoccupava di più, era il fatto che il Dottor Bellini fosse un
individuo di sesso maschile. L’idea di mostrare tutte le mie debolezze ad un
uomo, mi metteva profondamente a disagio. In passato, non era mai riuscita ad
intrattenere rapporti piacevoli con gli uomini in cui mi ero imbattuta, ad
eccezione del ragazzo con cui costruii una relazione durata tre anni, la prima
e unica, per adesso. Con tutti gli altri è sempre stato un completo disastro.
Come scordarsi di Dennis, l’insegnante bauscia di scuola guida. La mia
timidezza mi portava a trattarlo con indifferenza, e lui, per reazione, mi
trattava a merda, abituato com’era alle ragazzine in preda ad attacchi bulimici
di leccaggio. Si facevano continue abbuffate di smorfie seducenti, e sovoir
faire da PR borgatara, intenta a pubblicizzare le serate del Cocoricò di
Riccione. Per non parlare di quanto mi stavano sulle palle i miei compagni di
classe delle superiori. Erano quattro gatti, uno peggio dell’altro. Mi avevano
spinta ad avere fantasie sessuali solo sui personaggi della saga di Harry
Potter. E questi sono solo due degli innumerevoli esempi che potrei fare. Così,
con uno zaino invisibile carico di questo pesante background sulle spalle, mi
recai al CPS, e aspettai nell’atrio, seduta su una sedia. Me la stavo facendo
sotto, quasi non riuscivo a stare seduta su quel duro pezzo di plastica, ma nel
momento stesso in cui pensai di alzarmi, udii una voce sussurrare col tono più
pacato che abbia mai sentito: “Roncato?
Prego…”. Il suo aspetto non era affatto come me l’ero immaginato. Per via di qualche pregiudizio ancestrale che si era radicato
in me, pensavo fosse la versione quarantenne del mio medico di famiglia: alto,
magro, modi di fare freddini, sguardo distaccato, camicetta e maglioncino color
pastello su pantaloni eleganti di colore scuro, ed infine, immancabile cadenza
milanese. Inutile dire che il Dottor Bellini, nella realtà dei fatti, si
presentava come l’esatto opposto. Alto 175cm al massimo, fisico romboidale
tendente al tarchiatello. I suoi capelli un po’ mossi e spettinati che
urlavano: “Sono appena sceso dal letto”, e quell’inizio di stempiatura, mi
richiamavano alla mente Krusty il clown dei Simpson. Aveva un look decisamente
casual: jeans,maglietta e felpa con cappuccio. Di primo acchito supposi fosse
un segretario, o addirittura un bidello, intento ad informarmi che era arrivato
il mio turno. Quasi certa di questa mia prima impressione, lo seguii lungo il
corridoio che conduceva al solito ambulatorio, quello in cui ero stata accolta
la prima volta dalla resposabile del centro. Entrammo e mi fece accomodare. E
fu in quell’istante, che mi resi conto che il Dottor Bellini era proprio lui.
Incominciò ponendomi qualche domanda di routine,e mi accorsi subito con piacere del suo
spiccato (ma non sbracato) accento napoletano. Era così diverso dal modo di
parlare a cui ero abituata. L'aroma di scialatielli al limone e cozze era inconfondibile. Forse era proprio quel tocco di sussurrato
esotismo, che mi fece provare subito un senso di calma e fiducia. Eravamo seduti
uno di fronte all’altra. La mia mente era talmente lucida e produttiva in quel
momento, e la sua così intenta ad ascoltarmi, che ho immaginato la scrivania in
legno che ci divideva prendere fuoco. Il tono della sua voce ed il suo sguardo,
seppur per lavoro, non puzzavano per niente di giudizio, e mi trasmettevano una
tale delizia, che quel pomeriggio decisi di firmare un temporaneo armistizio
con l’universo maschile.
la miglior psicoterapia sono i tuoi racconti: la sottigliezza dei pensieri che svisceri così brutalmente sono un toccasana per te e per tutti noi!!!
RispondiEliminaGrazie mille, davvero! Posso sapere con chi parlo? Ci conosciamo?
EliminaMi immedesimo tantissimo in ciò che dici, cara Roncato.
RispondiEliminaHo cambiato così tante volte psicoterapeuta che la cosa che mi preoccupava di più di ogni "primo appuntamento" era la fatidica domanda "perché si trova qui?". Eh...perché si trova qui...bella domanda. E adesso da che parte comincio? Sinceramente non lo so. Devo raccontare di nuovo tutto. Dall'inizio. Non posso dare per scontato che l'interlocutore sappia già tutto. Sarebbe così bello. Entri, lui è già al corrente dei tuoi grovigli e ti dice "ho la soluzione che fa per Lei!". Ma non è così.
Ho sempre avuto terapeuti donna...e mi è mancata la figura del terapeuta maschio. Tranne una volta, ma non mi trovavo così bene. Più che un terapeuta con una laurea appesa al muro e un esame di stato alle spalle era un Counselor, figura nata da qualche anno nel mondo anglosassone e adottata da noi come i muffins, i pancakes, i cookies, i cupcakes.
Boh...a volte ho paura di arrivare a un momento in cui mi renderò conto del fatto che tutte le ore passate nei vari studi potevano essere impiegate in modo migliore. Boh.
Comunque anche io vorrei tanto un dottor Bellini. La lieve cadenza di dominio partenopeo è piacevole alle volte, e il fisico un po' tarchiatello, benché non aderisca ai canoni di bellezza forgiati dal comune sentire, può dare tanta sicurezza.
Ad ogni modo una cosa è certa: il rischio dell'innamoramento è dietro l'angolo.