Jules

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sabato 14 dicembre 2013

Lei non indossava Lelli Kelly



Lei non indossava Lelli Kelly, non andava in vacanza studio in Inghilterra, non sapeva cosa fosse la playstation o l’Xbox. Schifava i collant bianchi e le scarpine con davanti i buchi, non ha mai imparato a fare le trecce, la sua frangetta storta la tagliava sua madre con la forbicina per le unghie. Lei adorava giocare con il suo migliore amico, un ghiacciolo al limone, il bastoncino di liquirizia e tanta immaginazione. Quando giocava a nascondino si rifugiava sempre col bambino che le piaceva, per sentire meglio l’odore della sua pelle. Anche se talvolta, quell'odore veniva brutalmente coperto da quello della scorreggia che uno dei due sparava. Citofonava alla gente per chiedere loro se in casa avessero acqua corrente, in caso di risposta positiva suggeriva loro di farsi un bel bidet. Se un parente le offriva dei soldi, rispondeva che non avrebbe saputo che farsene. Faceva la chierichetta solo per sentire l’odore dell’incenso, per apparecchiare l’altare, tenere in mano i candelabri, suonare le campanelle, e ovviamente, per beccarsi gli sguardi ammirati delle vecchiette in prima fila. Durante il catechismo mangiava caramelle gommose, la voce della pia insegnante era solo la colonna sonora dei suoi film mentali. Quando arrivava il momento di andare in cripta sognava di chiudersi in bagno e fumare una canna di camomilla. Odiava i giochi di gruppo quando le venivano imposti, adorava giocare a palla prigioniera e mirare in testa i bambini che le stavano antipatici. Una volta ha sputato in un occhio ad un compagno di classe e ha pure provato soddisfazione. Amava dondolarsi per ore sull’altalena ad occhi chiusi, quante fantasie si susseguivano nella sua testa. Odiava tremendamente i maschi che monopolizzavano l’atrio della scuola per giocare a calcio, alle femmine restava sempre e solo un triste angolino, per le altre era normalissimo, nessuna ha mai protestato. Detestava la maestra Carla che una volta la prese di peso e la trascinò in infermeria in preda all’ansia per un eritema che le era spuntato sulla fronte. I suoi occhi si riempirono di lacrime, quando le maestre le sbatterono in mano un pennarello con rabbia, perché non ne potevano più di sentirla piangere. Odiava interpretare personaggi femminili nelle recite scolastiche, non le piaceva l’ idea di femmina che veniva sempre proposta, la femminuccia svenevole e viziata, sempre così.  Per un certo periodo ha amato anche strapparsi i capelli, vedere tutte quelle ciocche che si staccavano e finivano a terra la faceva sentire appagata. Non sopportava sentire sua nonna soffrire per il dolore quando le medicavano la ferita post-operazione, tutto lo strazio che ha subito le ha frantumato il cuore in mille pezzi. Amava invece vederla mangiare e che riusciva ad alzarsi in piedi, il suo cuore a quel punto incominciava a ricomporsi, anche se in modo precario. D’altronde quella mera consolazione, nel mondo dei collanti, corrispondeva ad uno scadente stick in offerta, di quelli che si usano alle scuole elementari per appiccicare le fotocopie sul quaderno, lasciando angoli svolazzanti e macchie nere sulla pagina. Odiava vedere suo nonno che in settimana veniva a portare il giornale vestito a festa come se fosse domenica. Detestava la demenza senile che lo stava pian piano chiudendo in una bolla che andava sempre più inspessendosi, da sapone a metallo. Provava ammirazione per se stessa, quando rifiutava puntualmente le mance che le offriva nei giorni in cui era convinto fosse festa, piuttosto senza il becco di un quattrino. Adorava le cene domenicali passate con i parenti siciliani del suo migliore amico, andava matta in particolare per la nonna, quando le diceva tutta sorridente e soddisfatta, che, nonostante le apparenze era in grado di onorare la loro tavola. La divertiva fare pipì nell’orto sotto l’albero di fico, quando si faceva sera, se avesse usato il bagno di casa, la mamma avrebbe potuto ordinarle di rimanere dentro, impedendole di continuare i suoi giochi. Amava fare le capriole nel mare, l’adrenalina che in quel momento si sprigionava in lei le dava una sensazione piacevolissima. Si incazzò con quella barista a Moneglia, in Liguria, le chiese un pacchetto di patatine e lei approfittando della sua innocenza continuò ad incalzarla dicendo “Per….”. La strega voleva sentirsi dire per favore a tutti i costi, lei ovviamente, anticipando il suo futuro da outsider le rispose, “Per… per mangiarle!”. Si sentì profondamente colpita dalla battuta scema che un gelataio fece a suo zio, il gelato al puffo era in realtà gelato al viagra per via del suo colore azzurro.  Lei ne ordinò uno l’anno successivo in un’altra gelateria, e per tutto il giorno visse con l’ansia che le potesse crescere un abbozzo di pene.  Si sentì in forte pericolo, quel caldo pomeriggio, in viaggio con i suoi genitori. Suo padre decise di raggiungere una cittadina dell’entroterra dalmato, percorrendo una via alternativa. Peccato che si ritrovarono su un’infinita strada sterrata, ai bordi della quale si innalzavano cartelli di un giallo accesso, segnalanti la possibile presenza di mine antiuomo, inquietanti cimeli della guerra dei primi anni ’90. Ad un certo punto, spinta dall’ormai incontenibile stimolo di orinare, aprì la portiera dell’auto, e si liberò dei liquidi in eccesso senza appoggiare per terra piedi e gambe. La paura, talvolta, può anche conferirti doti da equilibrista. Sì sentì forte ed imbattibile quando, quella mattina d’estate, ritrovò in mare il portafogli di Guido, amico di suo padre, resosi conto di non averlo più nella tasca del costume al momento di pagare il conto a pranzo. Appena giunto di fronte all’albergo sulla spiaggia, scese dall’auto, e prima di fare qualsiasi altra cosa, lasciando il portafogli nel costume e, ahimè, il cervello sul cruscotto, si diresse verso il bagnasciuga per poi buttarsi in acqua spensierato. Alla fine, lei,  oltre alla soddisfazione personale, ottenne anche cinquanta euro, come premio per avergli salvato il culo. Ricorda con senso di nausea quella sera, in cui insistette per ordinare una pizza oltre a tutto il resto.  Alla fine la trangugiò a forza, per non far incazzare suo padre, già innervosito per la quantità industriale di contorni non previsti e quindi avanzati.  Il giorno dopo, ovviamente, pesante congestione a prova di Alcaselzer. Sembrava di rivedere la scena del film “Matilda sei mitica”, quando Bruno Mangiapatate, per punizione, fu costretto dalla preside Trinciabue a mangiare da solo un’enorme torta al cioccolato. Adorava quel ristorantino in cui cenava ogni sera con i suoi genitori, in vacanza in Croazia, la posizione strategica del loro tavolo sempre prenotato, le permetteva di rifarsi gli occhi sbirciando Richard, il bracista gnocco anche se un po’ alcolizzato, la sua media era di quattro pinte di birra Karlovačko a sera. Il proprietario del ristorante, sosia di Mr Bean, con la sua andatura goffa e insicura e col suo italiano sbiascicato, andava avanti e indietro per il locale premendo ossessivamente la molla della biro, con la fronte imperlata di sudore.  Odiò quella mattina in cui si perse in spiaggia, girovagare senza meta, fra gli alberi di una pineta di un’isola slava, i cui abitanti parlavano una lingua incomprensibile: “Oprostite” per loro significa “Scusi”, il che non è molto confortante per un’ingenua brianzola di 8 anni. Gioì quando dopo una mezzoretta i suoi genitori la ritrovarono. O lei ritrovò loro? In fondo poco importa. Tutti i suoi piccoli crucci che le puntellavano il cervello prima di quell’esperienza, non ebbero più tutto quel peso, almeno per i successivi sessanta minuti, poi tutto tornò come prima.

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